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Azkintuwe

Ancora siamo, ancora ci siamo.

Da AZKINTUWE.org di Pedro Cayuqueo

ANCORA SIAMO, ANCORA CI SIAMO

Estratto della conferenza tenuta dal direttore di Azkintuwe per la comunità cilena e latinoamericana di Montréal, Canada, il 16 Ottobre del 2010.

PEDRO CAYUQUEO –  22 / 12 / 10

 Buonasera amici, amiche. Sono stato invitato qui a Montréal per condividere con voi, in qualità di giornalista e direttore di Azkintuwe, alcune riflessioni sull’attuale lotta del mio popolo Mapuche.

Sappiate che in Cile ci sono questioni in sospeso con il nostro popolo che vanno al di là del momento che abbiamo recentemente vissuto con lo sciopero della fame nelle carceri. Nello specifico possiamo dire che nel Paese Mapuche ci sono cicli di mobilitazione. Cicli che non sono casuali ma obbediscono a determinate circostanze, come ad esempio il processo di Riforma Agraria degli anni ’70, la lotta contro la dittatura militare negli anni ’80, il Quinto Centenario agli inizi degli anni ’90 o il traboccare dell’istituzione indigena di Stato alla fine della stessa decade.

 Non si può però capire l’attuale lotta Mapuche, lo stesso sciopero della fame, l’esistente persecuzione politica, la negazione dei nostri diritti nazionali, senza fare un breve ripasso della storia. Ora, per vostra fortuna, non dobbiamo tornare indietro fino al XV secolo e cominciare parlando di Cristoforo Colombo, Hernán Cortez o Francisco Pizarro. In questo senso, i riferimenti storici di noi Mapuche, gli antecedenti dell’attuale conflitto territoriale e politico che ci riguarda, sono molto più recenti di quelli dei fratelli del popolo Aymara, Quechua o Maya, tanto per citare tre esempi a caso di popoli originari. Potrei affermare che come Mapuche abbiamo conflitti nascosti meno datati. Ovviamente abbiamo avuto anche noi problemi con i colonizzatori europei, però in quel processo di conquista e resistenza che durò vari secoli non so se, alla fine, siamo stati noi Mapuche ad avere la peggio. Voglio raccontarvi un aneddoto. In un foro a Madrid, Spagna, su questioni riguardanti gli indigeni in America Latina, chiesi solennemente scusa agli spagnoli presenti nell’auditorium. Gli dissi: “Io, qui, come Mapuche, vi chiedo scusa perché la cosa migliore che voi avevate, la parte migliore della vostra gioventù di quell’epoca, venne a morire nel nostro territorio. E vennero a morire in una guerra imperiale che probabilmente non cercarono loro né tanto meno i nostri antenati. Il nostro territorio fu il cimitero spagnolo nel continente e per questo accettate le mie scuse, che sempre rendono più forte chi le porge e più nobile chi le accetta. Il silenzio fu assoluto e le facce degli spagnoli che assistevano al foro erano più che sorprese. Così come quelle di alcuni miei compagni, relatori di altri popoli originari del continente, che sembravano non capire bene di cosa stava parlando questo Mapuche “filo spagnolo”.

Bene, quest’aneddoto madrileño mi permette di semplificare e soprattutto risparmiarvi almeno due o tre secoli di storia. Effettivamente, l’attuale situazione coloniale che come popolo ci troviamo a vivere non ha relazione diretta con la corona spagnola. Lasciamo quindi Cortez, Pizarro e Valdivia riposare in pace. Aggiungo solamente che noi Mapuche con la corona spagnola abbiamo combattuto una guerra e che come prodotto di quella guerra, in generale favorevole ai nostri antenati, si firmarono con la corona diversi trattati nei quali il re riconosceva l’indipendenza del nostro territorio, stabilendo una frontiera rispettata per quasi tre secoli. Quando parlo della firma dei trattati, mi riferisco a Trattati con la T maiuscola, accordi solenni che non hanno nulla da invidiare agli odierni accordi tra stati, con clausole che parlavano di estradizione, dazi commerciali, nomina di ambasciatori, mutua collaborazione in caso di attacchi esterni etc. Si dice sempre che gli Stati Uniti furono il primo stato indipendente post coloniale del continente. Bene, potremmo dire, senza falsa modestia, che due secoli prima che gli statunitensi vincessero gli inglesi, i nostri antenati avevano già fatto mangiare polvere alla principale potenza imperiale del tempo: la Spagna. Porto questo dato, sconosciuto a molti, come premessa per affermare di seguito che l’origine dell’attuale conflitto ha poco a che vedere con la Corona Spagnola e molto, invece, con gli stati del Cile e dell’Argentina. Molto poco a che fare con gli spagnoli e molto invece con i cileni e gli argentini, cioè con i creoli, con entrambe le due repubbliche sudamericane che si liberano del giogo spagnolo nella prima metà del XIX secolo. Un dato che vi dirà molto: noi abbiamo perso la nostra indipendenza, il controllo del nostro paese, dopo che la Bolivia perse il mare contro il Cile. E’ così, la Guerra del Pacifico fu nel 1879 e la guerra aperta di occupazione del Wallmapu, lo storico territorio mapuche, avvenne tra il 1880 e il 1886. Immaginate quindi: se la richiesta del mare è ancora così forte tra il popolo boliviano, come sarà tra noi Mapuche la voglia nazionale, la nostalgia di un paese che sia nostro, di un territorio libero, il ricordo di un paese ricco, di una società a suo modo sviluppata e che a causa di una guerra espansionista e coloniale, termina convertendoci in stranieri nel nostro stesso territorio, in “paria” nella nostra propria terra? Come vi sentireste voi? Come pensate che mi senta io?

Poco tempo fa, a proposito dello sciopero della fame, Sebastian Piñera ha detto che ha ereditato il “problema Mapuche”, tra virgolette perché così l’ha chiamato, dal governo di Michelle Bachelet. E lasciatemi dire che Piñera ha ragione, anche se solo in parte. E’ vero che ha ereditato i prigionieri politici in sciopero dall’amministrazione anteriore, probabilmente anche gran parte del disastro interno che esiste nell’istituzione indigena cilena, la CONADI, tra altri legati non proprio santi della Concertazione, Però dire che il conflitto Stato Cileno/ Popolo Mapuche è stato ereditato dall’amministrazione Bachelet è quanto meno alterare la verità. Se vogliamo essere precisi Piñera l’ha ereditato dalla Bachelet, ma anche da Lagos, da Frei, da Aylwin, da Pinochet, da Allende e così indietro fino a un tale Bernardo O’Higgins. E se siamo precisi con i dati storici, l’ha ereditato soprattutto da un tale Aníbal Pinto, comandante che dopo la vittoria cilena sui campi di battaglia del nord, dette ordine all’esercito di avanzare verso il sud e invadere a sangue e fuoco il Wallmapu, il paese dei nostri bisnonni.

Notate l’evidenza della privazione. Hanno chiamato “riduzione” la poca terra che consegnarono ai Mapuche che sopravvissero alla guerra. Una cosa è chiara: in quel periodo le autorità non perdevano tempo cercando eufemismi. Sappiate che quella denominazione è stata cambiata non molto tempo fa. La legge indigena di Aylwin, del ’93, cambiò il nome legale da “riduzione” a “comunità”. Oggi tutto il mondo parla di “comunità” Mapuche. Personalmente, poiché credo che la decolonizzazione avviene anche attraverso il linguaggio, sto facendo una campagna abbastanza politicamente scorretta su questo tema, qualcosa che dovrebbe essere benvenuto, soprattutto in un comunicatore, ma che non sembra piacere molto a chi si rifugia nella “tradizione”. Lo dico chiaramente: quelle che vengono chiamate “comunità” non sono, parlando con esattezza, comunità. O per lo meno non sono nate come tali. Sono “riduzioni”. E se andiamo un po’ più oltre e guardiamo le cose con freddezza, sono veri e propri “campi di rifugiati”, dove lo stato ha rinchiuso la nostra gente come si rinchiude il bestiame in un recinto. Spesso quindi chiamiamo “comunità” qualcosa che di comunità originariamente non ha quasi nulla. Come tutti i campi di rifugiati, la così detta “comunità” è stata, e in molti luoghi è ancora, attraversata da una serie senza fine di fenomeni sociali interni non molto piacevoli da raccontare. La “comunità Mapuche”. Questo è un mito che vorrei abbattere, perché molti lo relazionano con un’altra idea molto diffusa, quella della “comunità perduta”, quello spazio dove i Mapuche correvano liberi per i campi raccogliendo frutta e vivendo in armonia assoluta con la natura. Permettetemi ma questa è poesia, o al massimo una ricercata sceneggiatura di un film di Holliwood. Credetemi, non più di questo.

Lasciatemi chiarire questo punto controverso. Quello che in realtà avevamo prima di essere invasi, ridotti e colonizzati dallo Stato, erano territori estesissimi, come per esempio il Lof, che hanno poco a che vedere con le attuali “comunità”. O meglio gli Ayllarewes o Butalmapus, che erano federazioni di diversi Lof, identificati a loro volta con diverse identità territoriali, Pewenche, Nagche, Lafkenche, Wenteche, che tutte insieme formavano questa unità geopolitica chiamata Wallmapu, il nostro paese. O voi veramente credete a Sergio Villalobos, che assicura che noi Mapuche eravamo poco meno che bande di selvaggi che inseguivano i guanaco, oggi spariti a causa della mescolanza? Spesso ho un sospetto: idealizzando tanto la comunità, quel ritaglio di terra che in media non supera i 300 ettari, “giardino dell’Eden Mapuche” per antropologi, ecologisti e tradizionalisti dell’ultima ora, non vorrà forse qualcuno che dimentichiamo che eravamo un Paese e che avevamo una nostra struttura geopolitica e sociale? E’ un’altra buona domanda. Fortunatamente sono dibattiti che trovano attenzione all’interno del movimento Mapuche. Ogni giorno sono di più le organizzazioni, i dirigenti e gli storici Mapuche che hanno il coraggio di mettere in dubbio quello che ci hanno detto che siamo, e ritrovano idee proprie per la nostra lotta, più vicine a quello che siamo stati. E sapere cosa siamo stati è un passo gigantesco per poterci proiettare verso il futuro come popolo e come nazione.

Visti gli antecedenti di cui vi ho parlato, potete dedurre che l’attuale conflitto non ha 500 anni come potrebbe pensare un qualsiasi, confuso, osservatore esterno. Al massimo 130 anni e, per quanto riguarda il nostro popolo in Cile, sarà presto il suo compleanno, il prossimo 4 Novembre. Data in cui si commemora l’ultima rivolta Mapuche avvenuta a Temuco nel 1881, battaglia che significò la nostra definitiva sconfitta militare contro l’esercito cileno guidato dal Generale Gregorio Urrutia, “eroe” anche della Guerra del Pacifico nel nord. Dovete sapere che l’attuale lotta per la terra che molte “comunità” o “riduzioni” combattono, e della quale i prigionieri politici sono parte integrante, è una conseguenza diretta di quella sconfitta militare avvenuta a Temuco. E’ una conseguenza diretta della sconfitta dei nostri bisnonni a Temuco. E’ dichiarato che lo Stato cileno ridusse da 10milioni a 500mila gli ettari di terra che i Mapuche avevano prima della guerra sotto il loro controllo sovrano. Più del 95% del territorio Mapuche passò sotto il controllo dello Stato, che poi lo assegnò a coloni cileni e stranieri. Oggi i turisti visitano la regione Mapuche e dicono: “Vado a Capitan Pastene a mangiare cucina italiana!”, o anche “farò un giro a Victoria per mangiare dove stavano gli Svizzeri”. Non si chiedono mai da dove, quando e come questi coloni italiani e svizzeri arrivarono nella regione. Bene, sappiate che arrivarono dopo la guerra cilena contro i Mapuche, all’inizio del 1900, quando lo Stato, con fondi approvati dal Congresso, creò le Agenzie di Colonizzazione, prese famiglie in Europa e poi gli dette grandi appezzamenti di terreno, gratuitamente, rivendendo quel che rimaneva del nostro territorio al miglior offerente tra commercianti e speculatori.

Quando qualcuno visita la zona di Temucuicui e vede gli appezzamenti degli immigranti svizzeri come la famiglia Urban , si chiede: “ E questa famiglia quando arrivò qui?” Loro sessi ti rispondono: “Viviamo qui da quando mio nonno arrivò dall’Europa”. Cioè da tre generazioni. E guardando bene nelle loro storie familiari troviamo che i nonni degli Urban o dei Luchsinger arrivarono in Cile a metà del 1900, in una nave, direttamente al porto di Talcahuano, chiamati proprio dall’Agenzia Statale di Colonizzazione. Lo stesso successe con i tedeschi, i belgi, un po’ meno con gli Inglesi etc. I giornali dell’epoca parlavano addirittura de “La Nuova California del sud”, la terra delle opportunità al sud del continente! Terre fertili, montagne bellissime, boschi millenari, veri e propri slogan pubblicitari che, detto tra noi, non erano affatto lontani dalla realtà. In qualcosa siamo d’accordo con i promotori della colonizzazione di quegli anni: che il Paese Mapuche è splendido, altroché se lo è! Probabilmente ciò su cui non siamo d’accordo è un piccolo dettaglio: in quel manifesto turistico hanno dimenticato di dire che quella terra così bella e fertile aveva un padrone. E che quei padroni erano stati cacciati in maniera violenta. E ancora peggio che molti di loro, e i loro discendenti, sarebbero stati loro vicini nelle “riduzioni”. A questo punto, se io fossi René Urban, proprietario del Fondo Montenegro a Ercilla o anche Jorge Luchsinger, ex proprietario del Fondo Sana Margherita a Vilcún, più che disturbarmi a querelare i Mapuche che reclamano “le mie terre”, denuncerei lo stato cileno per pubblicità ingannevole. Assolutamente!…E non solo per questo! Anche per avermi coinvolto, a mia insaputa (supponiamo che i nonni di Urban e Luchsinger non sapessero nulla) e involontariamente nella commissione di un delitto: “reducidores de especies” come viene cioè chiamato in Cile chi si appropria o ruba proprietà altrui. Potremmo persino dire che il fenomeno dei “lanza” cileni a passeggio per l’Europa non è affatto recente. Cos’ altro erano i funzionari dell’Agenzia di Colonizzazione che in quegli anni reclutavano coloni in Europa? Buona domanda.

Da quello che vi ho raccontato si rileva un dato chiave per contestualizzare lo scenario attuale del conflitto; L’Agenzia di Colonizzazione non era un’istituzione qualsiasi, era un organo dello Stato, finanziata col denaro dell’erario nazionale, con gli stessi fondi che prima avevano finanziato, grazie ad una legge varata nell’onorevole emiciclo del Congresso, la campagna militare dell’esercito cileno sul nostro territorio. Campagna che, per chiudere il cerchio, l’autorità giuridica si occupò di legalizzare, dando valore legale alla sottrazione territoriale e al seguente saccheggio economico. Ma che sorpresa! Ricapitoliamo. Per prima cosa abbiamo stabilito che il responsabile dell’attuale conflitto non è Cristoforo Colombo, il povero marinaio genovese che, ammettiamolo, neanche conobbe il continente, passò gran parte della sua vita in un’isola dei Caraibi e che, per di più, morì credendo di essere sempre stato nelle Indie. Poi abbiamo stabilito che neanche Pizarro, Almagro,Valdivia e tre secoli di governatori spagnoli della “ Capitanía Jeneral” del Cile ebbero maggiore responsabilità, anzi, molti di loro, quelli che morirono a sud del Bio Bio (ancora scusa cittadini di Madrid), cercarono come poterono di rispettare i trattai firmati con la Corona, ratificandoli più e più volte in ogni Parlamento. Abbiamo infine stabilito che furono i creoli cileni (e argentini oltre le Ande) che, alla fine del secolo XIX iniziarono una guerra che non solo pose fine a quasi quattro secoli di indipendenza ma anche ad un processo di conformazione statale non tradizionale verso il quale i Mapuche, come nazione linguistica e culturale, stavano avanzando a grandi passi nella seconda metà del XIX secolo.

 Fu l’impulso febbricitante di un dittatore cileno di turno che provocò la guerra d’occupazione del Wallmapu? Assolutamente no. Fu la decisione di un presidente democratico che poté contare sull’ampio appoggio delle élite dirigenti del paese (politiche, ecclesiastiche, militari, soprattutto commerciali, basta dare uno sguardo alle edizioni de “El Mercurio” dell’epoca), finanziata con fondi nazionali, che a loro volta furono debitamente rilasciati dal Congresso cileno dopo un democratico dibattito parlamentare. Si trattò, in definitiva, di uno “sforzo nazionale”, di una “questione di stato”. Che oggi Piñera non venga a dirci, come prima ci hanno detto la Bachelet, Lagos, Frei e un po’ meno Aylwin, che il “conflitto” è una “questione tra privati” e che spetta ai tribunali risolverlo. Ancora peggio, che spetta al Pubblico Ministero arginarlo, come se fosse una semplice questione di ordine pubblico, di delinquenza, di sicurezza cittadina. O, dall’altro punto di vista dominante su cui oggi insiste il ministro Ena Von Baer, come una questione di “povertà” che si può risolvere con l’assistenzialismo neo-liberale. Cos’è, se non assistenzialismo, il famoso e multimilionario “Plan Araucania”, pubblicizzato dall’attuale amministrazione?

 C’è una cosa che devo dire, anche se non è politicamente corretta. Questi due punti di vista si sono diffusi in lungo e in largo nella storia cilena contemporanea. Né i governi liberali, né i radicali, i conservatori, la Falange, neppure il governo della sinistra rivoluzionaria guardarono ai Mapuche come un popolo, come una nazione. Neppure il “Compagno Presidente”, Salvador Allende, vide i Mapuche, vide in noi semplicemente dei contadini poveri. E non venite a dirmi cose tipo “a quel tempo non esisteva la questione indigena” o non si avevano teorie sui popoli oppressi dallo stesso “socialismo reale”. Ricordiamoci che in quel tempo l’ erroneamente chiamato “problema di nazionalità” era stato abbondantemente trattato da numerosi intellettuali marxisti e in molti casi in maniera piuttosto critica rispetto alle politiche di omogenizzazione del comunismo sovietico.

 In Cile, Alejandro Lipschutz, antropologo lettone e consigliere di Allende per gli affari etnici, credeva che la UP stesse commettendo un errore con il caso Mapuche. C’è uno scritto del ’72, che ho recentemente riportato alla luce in un articolo del The Clinic in Cile, dove Lipschutz suggerisce al presidente Allende di creare un “territorio indigeno autonomo” e di stabilire tra questo e lo Stato cileno una relazione federale. Pensate che visione aveva Lipschutz, un intellettuale che la sinistra cilena dovrebbe rivendicare e soprattutto studiare. Ho un grande rispetto per il processo di Unità Popolare, ancora di più con il mandato del presidente Allende, e voglio pensare che non ebbe abbastanza tempo per rendersi conto dell’importanza del problema. Voglio credere che non ebbe abbastanza tempo, che il Colpo di Stato Militare gli impedì di intraprendere il cammino che il suo principale consigliere in materia gli suggeriva di prendere. Voglio credere che la dittatura gli impedì di fare quel passo, che tutt’ora in Cile è una questione irrisolta nei programmi politici della sinistra. Quello che voglio sottolineare è che la cecità davanti al carattere nazionale della richiesta dei Mapuche ha riguardato in Cile tutte le amministrazioni politiche, dalla sinistra alla destra. Non vengano a dirci che la colpa è di Pinochet e della sua dittatura. Per quanto ne sappiamo, quando Pinochet non riconobbe l’esistenza del popolo Mapuche nella Costituzione del 1982, non fece altro che ripetere quello che tutte le precedenti Carta Magna avevano stabilito senza nessun pudore: che in Cile vivono i cileni e fine della discussione. “Una nazione unica e indivisibile”, per essere più precisi. Per quanto ci faccia male, Pinochet non fu più cieco che tutti i precedenti mandatari. Triste verità che, come società, dovrebbe portare i cileni ad una tremenda autocritica.

 Una lotta di tutti

Il conflitto Stato cileno / Popolo Mapuche non potrà essere risolto soltanto da noi, è una questione che deve essere affrontata dalla società Mapuche e da quella Cilena insieme. Dobbiamo essere capaci di andare insieme verso un nuovo Patto Sociale, verso una nuova relazione tra entrambi i popoli, entrambe le nazioni. E’ possibile che due o più nazioni convivano nello stesso confine statale? Assolutamente si! Molti stati hanno sviluppato formule democratiche per canalizzare le rivendicazioni nazionali dei popoli sottomessi dal giogo coloniale. Il Canada, senza andare più lontano, riconosce al Quebec il suo carattere nazionale, così come riconosce, non senza contraddizioni, il carattere di “Prime Nazioni” ai popoli originari che vivono all’interno del suo territorio. La Nuova Zelanda con il popolo Maori, la Danimarca con la Groenlandia e il popolo Inuit, la Norvegia con il popolo Sami, la Spagna con la Catalogna e gli esempi si moltiplicano in tutto il pianeta.

Ogni tanto “Il Mercurio” accusa noi Mapuche di voler formare “uno stato dentro un altro stato” come se fosse una cosa impossibile. Lo ripeto e sottolineo: molti stati moderni e democratici hanno provato ad affrontare le problematiche etniche con speciali regimi di governo o speciali amministrazioni per determinati territori. Sappiate che questo, che potrebbe tranquillamente essere uno Statuto Autonomo o un principio di federalismo in Cile, è quello che, come giornalista, ho ascoltato dalle bocche, serie, dei nostri dirigenti. Come andare verso un modello di stato plurinazionale, dove i diritti, le lingue, i colori, i sogni, i sapori, vostri e nostri, siano giustamente garantiti. Uniti nella differenza, uniti nella diversità, credetemi ho il sospetto che una tale struttura statale persino ingrandirebbe il Cile come Stato. Ancora di più, renderebbe più forte la sua stessa democrazia.

A volte ci dicono: “Perché rivendicate il diritto di essere una nazione se quello è qualcosa di occidentale. Voi avete le comunità, il vivere senza strutture statali; questo è essere indigeno, essere Mapuche”. Io rispondo che pochi popoli nella storia hanno dato lezioni di modernità come noi Mapuche. I nostri antenati si adattarono alle tattiche militari spagnole per affronarli nel campo di battaglia; poi si adattarono alle forme istituzionali e protocollari della corona per garantire la pace nei successivi Parlamenti; più tardi i nostri nonni, dopo la sconfitta militare, seppero persino adattarsi alle nuove condizioni imposte dal colonialismo cileno, portando numerosi capi Mapuche a rappresentarci del Congresso nella prima metà del XX sec. mentre contemporaneamente trasformavano quel campo di rifugiati chiamato “riduzione” in un bastione di resistenza politica e culturale. Tutto il passato non ci parla di un popolo politicamente tradizionalista e conservatore ma, al contrario, di un popolo in costante cambiamento e in costante adattamento alle condizioni storiche che ha dovuto affrontare. Se i nostri antenati l’hanno fatto e hanno prevalso, se i nostri nonni l’hanno fatto e hanno prevalso, perché non possiamo seguire noi il loro esempio? Io chiedo per i Mapuche la possibilità di accedere a una modernità politica di tipo statale, così come il popolo Inuit in Groenlandia o i Catalani in Spagna. O forse siamo condannati ad essere considerati per sempre popoli di seconda o terza categoria, senza diritto ad una modernità politica che ci garantisce una proiezione che va oltre il riconoscimento folclorico dei nostri balli, dei nostri vestiti e della nostra cucina?

 Per questo urge rifondare lo Stato Cileno, radunarci tutti e chiederci: saremo capaci di costruire insieme un futuro su questo territorio? Da parte mia sappiate che sono anche disposto a concedere legittimità al colono cileno o straniero che vive oggi nella regione che voi chiamate “Araucanía” e noi Wallmapu. Sarà possibile trovare una soluzione per cui il riconoscimento dei nostri diritti nazionali non violi quelli di terze persone? Non è forse quello che lo Stato cileno ha fatto a noi? C’è bisogno di gettare le basi politiche, giuridiche e istituzionali di una nuova relazione tra Stato e popolo Mapuche. E’ ciò che le nostre organizzazioni e i loro dirigenti hanno responsabilmente proposto ai vari governi in un dialogo, fino ad oggi, tra sordi. Questo processo passa per cambi strutturali del modello statale ed economico attualmente vigente nel paese. E anche, inevitabilmente, per cambi culturali. Noi Mapuche e voi cileni per circostanze storiche viviamo nello stesso territorio. Siamo popoli fratelli chiamati a risolvere democraticamente un conflitto generato dalle armi in un altro tempo e motivato, soprattutto, dall’avidità di pochi. In questo sforzo, che è quotidiano, sarà vitale trovare nuove forme di dialogo, di convivenza interculturale. Questo è l’unico obbiettivo del mio intervento qui a Montreal: creare un ponte di dialogo, dare, tra tanta disinformazione e pregiudizi che girano nell’ambiente, un’opportunità alla parola. Grazie mille!

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L’originale QUI

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